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SUMMARY:AMORE
DESCRIPTION:TEATRO SOCIALE BERGAMO – Dramma \ndi Spiro Scimone\nregia Francesco Sframeli \nIn scena due coppie – il vecchietto e la vecchietta\, il comandante e il pompiere – che si muovono tra le tombe di un simbolico cimitero rappresentando le tenere e insieme crudeli attività del quotidiano\, a partire dai più semplici gesti familiari. La scena di Lino Fiorito è composta da due tombe\, a due piazze. Il tempo è sospeso e\, forse\, stanno tutti prendendo parte all’ultimo giorno della loro vita. Entrambe le coppie si abbandonano al flusso delle memorie\, creando un universo parallelo abitato da frammenti di vita in comune\, rimpianti\, giocose affettuosità\, dimenticanze e amari sorrisi. Quattro vite al tramonto alla prova del tempo e dei ricordi\, che non tornano più. E l’Amore è una condizione estrema e\, forse\, eterna.\nCon Amore\, la compagnia Scimone Sframeli prosegue sul percorso drammaturgico ai bordi dell’umanità\, all’interno di non luoghi\, dove i personaggi non hanno nome e sono “tutti vecchietti”. Un altro tassello della loro ricerca “verso l’essenza del teatro\, non perdendo mai il legame fra gli attori\, il testo e il pubblico”. \n  \nhttp://www.teatrodonizetti.it/wp-content/uploads/2017/06/Programma-STAGIONI-17-18.pdf
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SUMMARY:LIRETA  - A chi viene dal mare
DESCRIPTION:TEATRO SOCIALE BERGAMO – Dramma \ndal diario di Lireta Katiaj e altri milioni di diari mai scritti\ndrammaturgia e regia Mario Perrotta\ncon Paola Roscioli \nAlbania.\nC’è una donna\, Lireta si chiama. C’è una donna che guarda oltremare cercando un brandello d’Italia\, anche solo una luce. Una luce di Puglia che illumina i sogni di là\, nella terra dell’alba. C’è un gommone che parte e la donna si sta in mezzo agli altri sul mare\, cercando d’Italia e di luci. Tra le braccia ha una bimba che\, neanche tre mesi di vita e si trova sull’onda\, nel nero di un cielo senza luna. L’hanno detto alla donna\, alla bimba e a tutti gli altri lì sul gommone: “Se arriva la guardia costiera d’Italia buttatevi in acqua!” L’hanno detto anche all’uomo\, compagno alla donna che si sta anche lui sul gommone. Ogni onda che arriva\, il mare s’ingrossa più ancora. E più forte è il terrore di perdersi la bambina dalle mani. Ogni volo sull’onda\, precede uno schianto sull’acqua arrabbiata e ogni schianto è un ricordo. Ricordo di un padre con l’alcool e la mano facile\, un padre che serra i figli sotto chiave mentre picchia la moglie. Ma Lireta non cede. Ogni volta\, disperata\, tenta una difesa di quella madre così remissiva\, una difesa qualunque gridando\, sbattendo\, ma senza risposta. Ricordo di un matrimonio con chissà chi\, matrimonio combinato tra famiglie\, senza che lei possa dire parola. Ma Lireta non cede. Rifiuta. Tutto rifiuta: l’uomo\, il matrimonio\, e anche la famiglia. Ricordo di un fuga da casa e di un innamoramento\, “che io” le diceva lui “se mi ami ti porto in Italia”.\nRicordo di una casa vicino al mare\, ancora una volta serrata a chiave aspettando che la portassero\, insieme alle altre\, sulle strade d’Italia\, “che io se mi ami ti porto in Italia”\, dicevano anche gli aguzzini delle altre. Ma Lireta non cede. E scappa. Ma uno di loro\, un aguzzino\, la insegue per giorni\, la prende\, la guarda negli occhi e le dice “ti amo”: anche lui\, come l’altro\, le dice “ti amo”. E nasce una bimba. Ricordo di quando con lui e con la bimba in braccio\, decidono di prendere quel gommone che adesso aggredisce le vette del mare\, enormi\, ringhianti\, che ogni volta che sei sulla cima butti l’occhio lontano sperando una luce di Puglia. E Lireta non cede e si serra più forte la bimba sul petto. Ricordo di un volo\, a qualche metro dalla costa del Salento\, un volo verso l’acqua spinti giù dal Caronte che guida il gommone. Ed è qui che tutto si sospende: vola Lireta\, vola il compagno e vola la bimba di soli tre mesi e un’intera esistenza passa davanti agli occhi\, in quel tempo infinito passato per aria – sospesi – prima del contatto con quel mare che è morte\, che è vita nuova… \n  \nhttp://www.teatrodonizetti.it/wp-content/uploads/2017/06/Programma-STAGIONI-17-18.pdf
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SUMMARY:RIVELAZIONE - Sette meditazioni intorno a Giorgione
DESCRIPTION:TEATRO SOCIALE BERGAMO – Dramma \nNell’impossibilità di tracciare una biografia di Giorgione\, un narratore\, di fronte a due schermi\, racconta\, per mezzo di parole\, documenti\, versi poetici ed immagini delle opere del pittore di Castelfranco\, frammenti della Venezia a cavallo tra XV e XVI secolo. Giorgione è una delle figure più enigmatiche della storia dell’arte. Cercare di metterlo a fuoco è come osservare la costellazione delle sette sorelle\, le Pleiadi: riesce meglio se uno non la fissa direttamente. Questo ha cercato di fare Anagoor con la complicità di Laura Curino: narrare Giorgione attraverso gli occhi di chi lo frequenta fin dall’infanzia e lo rivela per storie concentriche all’ospite stupefatto. In questa sorta di lezione d’arte\, poetica\, sono raccontati l’artista\, il suo tempo\, il respiro delle opere\, il clima che le pervade. Rivelazione è la condivisione sincera di una ricerca. «Volgiamo lo sguardo verso questa ideale costellazione. Per ciascun astro una meditazione. Silenzio\, natura umana\, desiderio\, giustizia\, battaglia\, diluvio e tempo sono i temi che nutrono le sette contemplazioni di altrettante opere di Giorgione: la Pala\, i Ritratti\, la Venere Dormiente\, la Giuditta\, i Tre Filosofi\, la\nTempesta\, il Fregio» \n  \nhttp://www.teatrodonizetti.it/wp-content/uploads/2017/06/Programma-STAGIONI-17-18.pdf
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SUMMARY:ACCABADORA
DESCRIPTION:TEATRO SOCIALE BERGAMO – Dramma \ndal romanzo di Michela Murgia edito da Giulio Einaudi Editore\ndrammaturgia Carlotta Corradi \nAccabadora\, pubblicato nel 2009 da Einaudi e vincitore del Premio Campiello 2010\, è il più bel romanzo di Michela Murgia\, nonché uno dei libri più letti in Italia negli ultimi anni.\nLa Murgia racconta una storia ambientata in un paesino immaginario della Sardegna\, dove Maria\, all’età di sei anni\, viene data a fill’e anima a Bonaria Urrai\, una sarta che vive sola e che all’occasione fa l’accabadora.\nLa parola\, di tradizione sarda\, prende la radice dallo spagnolo acabar che significa finire\, uccidere; Bonaria Urrai aiuta le persone in fin di vita a morire. Maria cresce nell’ammirazione di questa nuova madre\, più colta e più attenta della precedente\, fino al giorno in cui scopre la sua vera natura. È allora che fugge nel continente per cambiare vita e dimenticare il passato\, ma pochi anni dopo torna sul letto di morte della zia.\nLo spettacolo inizia proprio nel momento in cui Maria rivede\, dopo un silenzio durato anni\, la sua madre adottiva\, Bonaria\, la quale\, in punto di morte\, le chiede di aiutarla a morire. Maria non sa cosa fare. Aveva giurato anni prima a Bonaria che lei mai e poi mai sarebbe stata capace di una cosa simile. E Bonaria le aveva risposto: “Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti ritrovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata”. Ed ecco che Maria si trova ora a un passo dalla tinozza. Questo conflitto che Maria vive è il nodo che ci permette di entrare nel mondo interiore di questo personaggio femminile; in quelli che sono i suoi i dubbi\, i conflitti che la agitano\, l’affetto per questa madre adottiva e il rapporto con la propria coscienza. Non è un monologo declinato al passato\, ma un dialogo vivo\, apparentemente fatto con la Tzia\, ma forse solamente interiore. Maria ripercorre tutte le tappe di un passato che l’ha tenuta bloccata\, negli affetti e nella crescita. E che oggi\, in scena\, per voce e corpo di Monica Piseddu\, attrice dalla straordinaria capacità introspettiva\, il personaggio rivive con una tale forza e intensità da permetterle di rinascere e finalmente considerarsi una donna\, e non più una bambina.\nAccabadora è una storia d’amore. In questo caso\, tra una figlia e una madre. In questo caso\, non la madre naturale. Ma l’altra madre. I due grandi temi che oggi chiameremmo dell’eutanasia e della maternità surrogata\, nel testo teatrale come nel romanzo\, creano un ambito di riflessione ma non sono mai centrali quanto l’amore e la crescita. Crescita sempre e inevitabilmente legata al rapporto con la propria madre\, naturale\, adottiva o acquisita che sia. \n  \nhttp://www.teatrodonizetti.it/wp-content/uploads/2017/06/Programma-STAGIONI-17-18.pdf
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SUMMARY:LA VITA FERMA Sguardi sul dolore del ricordo (dramma di pensiero in tre atti)
DESCRIPTION:  \nTEATRO SOCIALE BERGAMO – Dramma \nscritto e diretto da Lucia Calamaro\ncon Riccardo Goretti\, Alice Redini e Simona Senzacqua\nproduzione Sardegna Teatro\, Teatro Stabile dell’Umbria e Teatro di Roma \n«La Vita Ferma è un dramma di pensiero. La sua gestazione ha avuto in me i tempi faticosi della rivelazione lenta e sommersa\, abbordando quel dramma che il pensiero non sa\, non vuole\, non può gestire. Per arrivare a centrarne il “dramma di pensiero” ho buttato via più materiale di quello che resta. Ma il resto\, quello che rimane\, è per me il punto ultimo di concentrazione di un racconto che accoglie\, sviluppa e inquadra il problema della complessa\, sporadica e sempre piuttosto colpevolizzante\, gestione interiore dei morti. Non la morte dunque\, e non il problema del morire e di chi muore\, che sappiamo tutti risolversi sotto la misteriosa campana del nulla\, che strangola sul nascere ogni comprensione. Ma i morti\, il loro modo di esistenza in noi e fuori di noi\, la loro fammentata frequentazione interiore e soprattutto il rammendo laborioso del loro ricordo sempre così poco all’altezza della persona morta\, così poco fedele a lei e così profondamente reinventato da chi invece vive. E con i morti\, una riflessione aperta sul lutto che ne deriva\, la cui elaborazione non è detto sia l’unica soluzione\, anzi\, là dove una certa vulgata psicologizzante di malcerte origini freudiane comanda\, esige\, impone di assegnare il più velocemente  possibile al proprio desiderio un oggetto nuovo per rimpiazzare l’oggetto perso\, forse è li che interviene un racconto\, anche uno piccolo come questo\, pratica del singolare per antonomasia\, a sdoganare il diritto di affermare la tragica e radicale insostituibilità di ogni oggetto d’amore perso\, di ogni persona cara scomparsa. Il dramma di pensare o meno ai morti è comunque il dramma di pensiero di chi resta e distribuisce o ritira\, senza neanche accorgersene\, un’esistenza. Di che tipo sia l’esistenza dei morti non saprei dire\, ma come predica Etienne Soreau “Non c’è un esistenza ideale\, l’ideale non è un genere d’esistenza”. La Vita Ferma è dunque uno spazio mentale dove si inscena uno squarcio di vita di tre vivi qualunque – padre\, madre\, figlia – attraverso l’incidente e la perdita. È occorso anche qualche inceppo temporale ad uopo\, incaricato di amplificare la riflessione sul problema del dolore ricordo e sullo strappo irriducibile tra i vivi dei morti che questo dolore è comunque il solo a colmare\, mentre resiste. \n  \nhttp://www.teatrodonizetti.it/wp-content/uploads/2017/06/Programma-STAGIONI-17-18.pdf
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